Framing Problems prende avvio dalla constatazione che le crisi del nostro tempo hanno una caratteristica comune: non si lasciano isolare. Questioni ambientali, trasformazioni sociali, conflitti geopolitici e accelerazioni tecnologiche si intrecciano in una trama fitta, producendo effetti che sfuggono alle vecchie letture lineari. In questo scenario, trovare soluzioni non significa semplicemente applicare strumenti tecnici, ma comprendere come un problema viene costruito, reso visibile e, di conseguenza, affrontabile.
Se la figura dello scienziato o dell’ingegnere è storicamente associata al problem solving, il contributo degli artisti in questa mostra è quello di agire come problem framers. Non per creare complicazioni gratuite, ma per mettere in tensione ciò che appare già definito, testare la tenuta di soluzioni apparentemente efficaci, e far emergere le zone d’ombra che esse generano.
Le opere presentate in Framing Problems, disseminate nel tessuto urbano di Torino, sono state concepite come veri e propri totem urbani. Non oggetti sacri nel senso tradizionale, ma dispositivi di aggregazione rituale: punti di sosta che invitano il pubblico a uscire dal flusso accelerato della quotidianità per osservare da vicino i nodi della nostra epoca. Le opere invitano a interrogarsi su ciò che spesso resta implicito nei linguaggi tecnici o politici. Ciascuna organizza un campo di attenzione, trasformando lo spazio pubblico in un laboratorio di consapevolezza dove navigare le contraddizioni sociali e tecnologiche che abitiamo. In continuità con questa logica, il progetto di allestimento si basa su dispositivi funzionali ed essenziali costruiti attraverso il riuso e la riconfigurazione di oggetti e materiali, decontestualizzati e rimessi in gioco, a servizio e in dialogo con i contenuti della mostra. Framing Problems invita a rallentare lo sguardo e a interrogare i processi che stanno riconfigurando il presente digitale, offrendo una distanza critica dalla polarizzazione tra apocalittici e integrati, e permettendo di osservare le trasformazioni tecnologiche senza allarmismi né adesioni acritiche.
In questo senso, Forensic Architecture affronta il problema della verità pubblica. Il loro lavoro sviluppa, applica e diffonde nuove tecniche, metodi e concetti per indagare la violenza esercitata da Stati e multinazionali. Mettendo in discussione le ricostruzioni ufficiali come versioni definitive, le loro indagini ricostruiscono narrazioni basate su dati, modelli spaziali, immagini e testimonianze per fare emergere ciò che è accaduto, rendendo visibili omissioni e responsabilità. La loro ricerca sulla devastazione delle infrastrutture sanitarie a Gaza, in mostra, ne è un esempio sconcertante.
La circolazione delle immagini e dei dati come infrastruttura del potere si inserisce in questa trama nella ricerca di Hito Steyerl, che scardina l'immagine del digitale come flusso astratto e incorporeo. Attraverso un gesto di rottura, che è insieme atto fisico e critica politica, l'artista mette in tensione la superficie liscia degli schermi per rivelare la matrice dietro a ogni immagine digitale e ciò che si nasconde dietro la loro apparente trasparenza. Le sue immagini agiscono come dispositivi di consapevolezza che non cercano soluzioni lineari, ma costringono lo sguardo a sostare sulle ferite tecnologiche del presente.
La dimensione dell’instabilità emerge nella pratica di Ian Cheng, che utilizza tecniche di programmazione informatica per creare ambienti in continua trasformazione. Per i suoi lavori, dà vita a ecosistemi virtuali che, sebbene abbiano alcune funzionalità già programmate, sono poi in grado di evolversi autonomamente, senza un controllo da parte dell’autore. È ciò che avviene in BOB (Bag of Beliefs), una creatura AI che l’artista definisce come “arte che possiede un sistema nervoso”, in quanto il suo corpo e la sua storia mutano nel corso delle mostre.
La fede nell’innovazione viene riportata a terra da Xin Liu, che nelle sue opere esamina le conseguenze delle aspirazioni tecnologiche e scientifiche dopo il fallimento delle loro promesse di trascendenza. Piuttosto che celebrare il gesto eroico del progresso, l’artista si concentra sui suoi residui per esplorarne il potenziale generativo: frammenti di razzi che ricadono a terra, contenitori criogenici che sospendono la materia organica, codici genomici resi illeggibili, plastica che si dissolve sotto l’azione degli enzimi, satelliti che registrano la propria obsolescenza.
Con Katja Novitskova, la riflessione si concentra sul ruolo dell’immagine nell’era digitale e sulle rappresentazioni del mondo guidate dalla tecnologia. L’artista riflette sul modo in cui le immagini, circolando in rete, acquisiscono nuova vita e diventano portatrici di significati e usi inediti. Così come la nostra percezione dello spazio è stata alterata dal rapido sviluppo tecnologico, allo stesso modo anche il confine tra il mondo naturale e la sua versione digitale va dissolvendosi. È ciò che accade nell’opera in mostra, in cui l’artista si riappropria di immagini di animali, che la fotografia ha appiattito per fissarli in forma bidimensionale, e restituisce loro, attraverso l’opera, le tre dimensioni. Tutto avviene in attesa dei selfie del pubblico, che li riporteranno all’inevitabile condizione di partenza. Ne risulta uno scambio continuo tra reale e virtuale, all’interno di un ciclo idealmente infinito.
Roberto Fassone agisce come un problem framer della percezione, cristallizzando la vastità simultanea del presente in un’opera inedita che interroga la nostra capacità di abitare il tempo digitale. Attraverso il montaggio di istanti registrati nello stesso secondo in ogni angolo del globo, l’artista ricompone la trama frammentata della rete in una visione unitaria e poetica. Il suo lavoro trasforma il flusso degli streaming live in un dispositivo che celebra la stranezza delle nostre esistenze connesse, offrendo una sosta contemplativa che restituisce al mondo la sua magica, complessa vastità.
Martyna Marciniak rivolge l’attenzione ai processi di formazione del consenso nell’era della post-verità. Utilizzando casi diventati virali, come l'immagine sintetica di Papa Francesco con indosso un piumino Balenciaga, Marciniak dimostra come la credibilità non derivi più dalla verifica dei fatti, ma dalla potenza della loro circolazione. In questo ecosistema, il confine tra realtà e simulazione è un prodotto collettivo, un problema che non può essere risolto da un algoritmo di fact-checking, ma richiede una nuova educazione dello sguardo.
Infine, Diego Marcon riflette sulla struttura del linguaggio cinematografico e ripensa il rapporto tra video, spazio e suono anche in rapporto alle immagini digitali. Nei suoi lavori, infatti, fa ricorso sia alle tecniche di ripresa tradizionali sia alle tecnologie di animazione digitale, insistendo spesso sul confine tra reale e sintetico. Protesi, CGI e performer sono a volte indistinguibili, mettendo in crisi la percezione di chi osserva e facendo collassare la differenza tra i due mondi. Le sue opere ricalcano i generi classici, come l’horror, il musical, la slapstick comedy o il melodramma, spaziando in un orizzonte di riferimenti che va dal cinema strutturale a quello di intrattenimento. Marcon rielabora questo ampio vocabolario combinando tra loro i diversi registri, per costruire un immaginario inquietante abitato da personaggi che sono, al contempo, umani e inanimati.
Framing Problems invita a rallentare lo sguardo e a interrogare i processi che stanno riconfigurando il presente digitale, offrendo una distanza critica dalla polarizzazione tra apocalittici e integrati, e permettendo di osservare le trasformazioni tecnologiche senza allarmismi né adesioni acritiche.
Federico Bomba (Sineglossa)
Bernardo Follini (Fondazione Sandretto Re Rebaudengo)
In copertina: Still da The White Stone (2021), Xin Liu, Digital Video, 5.1 sound mix o stereo sound, 21’57”, courtesy l'artista
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Strike
Hito Steyerl
dal 17 al 19 aprile
venerdì e sabato dalle 10.00 alle 20.00, domenica dalle 10.00 alle 18.00
Teatro Regio, P.zza Castello 215, Torino
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Do No Harm: Medicine Under Genocide
Forensic Architecture
dal 15 al 19 aprile
mercoledì 15, giovedì 16, venerdì 17 e domenica 19 dalle 10.00 alle 18.30, il sabato dalle 10.00 alle 20.00
Museo Egizio, ingresso alla mostra da Via Maria Vittoria 3M, Torino
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EXHAUST
Xin Liu
dal 15 al 19 aprile
giovedì 16 dalle 20.00 alle 23.00, venerdì 17, sabato 18 e domenica 19 dalle 12.00 alle 19.00
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Via Modane 16, Torino
in collaborazione con K11 Art Hong Kong
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BOB (Bag of Beliefs)
Ian Cheng
dal 15 al 19 aprile
dalle 10.00 alle 19.00
Museo Nazionale dell'Automobile, C.so Unità d'Italia 40, Torino
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Krapfen
Diego Marcon
dal 15 al 19 aprile
giovedì 16 dalle 20.00 alle 23.00, venerdì 17, sabato 18 e
domenica 19 dalle 12.00 alle 19.00
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Via Modane 16, Torino
in collaborazione con New Museum, New York
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Approximation Mars I
Katja Novitskova
15-17, 19 aprile
mercoledì 15, giovedì 16, venerdì 17 dalle 8.00 alle 20.00, domenica 19 dalle 17.30 alle 21.00
Politecnico di Torino, C.so Duca degli Abruzzi 24, Torino
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Anatomy of Non-Fact (Chapter I and II)
Martyna Marciniak
dal 15 al 19 aprile
mercoledì 15, giovedì 16, venerdì 17 e domenica 19 dalle 10.00 alle 18.00; sabato 18 dalle 10.00 alle 20.00
Palazzo Birago, Via Carlo Alberto 16, Torino
con la collaborazione e il contributo di Camera di commercio di Torino
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Mentre ballavo
Roberto Fassone
15, 17-19 aprile
dalle 18.00 alle 19.00
Museo Nazionale del Cinema, Via Montebello 20, Torino
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Talk di inaugurazione “Framing Problems”
mercoledì 15 aprile alle ore 19.00
Con Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Guido Saracco, Xin Liu, Diego Marcon, Massimiliano Gioni, Hans Ulrich Obrist, Federico Bomba, Bernardo Follini
presso Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Ingresso libero fino ad esaurimento posti